Avere la sindrome di Down non vuol dire essere violenti o incapaci di controllare le proprie azioni o le proprie emozioni

Le generalizzazioni dell’informazione sono pericolose e rischiano di vanificare il lavoro di sensibilizzazione delle associazioni contro i pregiudizi di cui sono vittime le persone con sindrome di Down. L’AIPD di Cosenza esprime solidarietà alla famiglia di Alex Rodolfo, chiede più attenzione nella diffusione delle notizie e maggior sostegno da parte delle istituzioni locali per prevenire situazioni di disagio che possono portare a conseguenze drammatiche.

(testo tratto fedelmente dal comunicato stampa dell'AIPD di Cosenza)

Siamo costretti a prendere la parola in seguito al drammatico episodio che ha avuto luogo il giorno 1 novembre a Cosenza, dove un bambino di cinque mesi è stato lanciato dal balcone della propria casa dallo zio ventisettenne, che ha la sindrome di Down.

Esprimiamo innanzitutto la nostra vicinanza ai genitori del bimbo e ci auguriamo che il piccolo possa riprendersi al più presto.
Vogliamo allo stesso tempo sottolineare alcuni aspetti direttamente legati alla vicenda e alla percezione che il lettore, o più in generale l’opinione pubblica, può aver avuto a seguito della pubblicazione della notizia stessa.

Il più delle volte gli infanticidi avvengono per mano dei genitori e, per lo più, per mano di madri che soffrono dei cosiddetti traumi “post partum”.
Questi traumi passano inosservati e i mass media trasmettono la notizia, il più delle volte, parlando genericamente e con superficialità di madri psicologicamente labili o affette da patologie psichiatriche.
A chi ha un figlio o un parente con sindrome di Down o a chi ha a che fare con persone con sindrome di Down fa un certo effetto leggere sugli organi di stampa e a caratteri cubitali “Down getta il nipotino dal quarto piano”, come se l’essere una persona con sindrome di Down comportasse il pericolo di gesti inconsulti come quello che è avvenuto lo scorso martedì 1 novembre.
L’ordine delle parole - come ben conoscono i professionisti della comunicazione - può produrre significati molto diversi tra loro. In questo caso, nell’urgenza di diffondere la notizia, è stato posto l’accento sulla sindrome di Down con la conseguenza, per chi legge, di collegare direttamente la condizione di disabilità propria della sindrome di Down al rischio generico di simili episodi di violenza, di cui, purtroppo, si possono rendere protagonisti anche persone cosiddette normodotate.

In base alla storia personale, alle caratteristiche individuali, alla propria rete di relazioni sociali, ogni individuo con sindrome di Down sviluppa un certo tipo di personalità, piuttosto che un altro, così come avviene per ogni altra persona.
Le uniche caratteristiche che le persone con sindrome di Down hanno in comune tra loro sono un cromosoma in più degli altri (47 anziché 46), un deficit mentale e alcuni aspetti somatici. Le persone con sindrome di Down sono persone alle quali va riconosciuta dignità e rispetto, persone che possono essere integrate nella società, persone alle quali non si può negare il diritto allo studio, il diritto al lavoro e il diritto ad una vita dignitosa.
Le persone con sindrome di Down vanno a scuola, a cominciare da quelle dell’infanzia fino alle superiori e alcune volte anche all’Università, e mai gli insegnanti hanno lamentano comportamenti violenti.
Alcune volte, anzi, la violenza l’hanno subita dagli altri compagni. Persone con sindrome di Down frequentano centri sportivi, scuole di ballo, locali pubblici e spesso fanno parte dei gruppi scout, ma mai ci sono giunte notizie di atti violenti da loro commessi. Persone con sindrome di Down occupano posti di lavoro, adempiendo ai loro compiti in modo esemplare.

Noi non conosciamo Agostino - questo è il nome della persona con sindrome di Down - né la sua famiglia ma, da quanto si apprende dai mass media locali, vive sicuramente una situazione di disagio dovuta a patologie psichiatriche e a problemi sociali, ambientali e contestuali.
Ed è proprio qui che subentrano le mancanze delle Istituzioni, del Comune di residenza e dell’ASP territoriale di competenza, in quanto - come anche riportato dal Quotidiano della Calabria di ieri, martedì 1 novembre - aveva dato segni di violenza durante il trasporto erogato dai servizi sociali del comune di Cosenza ed anche presso l’U.O. dell’ASP di Montalto Uffugo presso la quale veniva sottoposto a dialisi.
Il problema non è dunque il cromosoma in più, ma le ennesime inadempienze delle Istituzioni locali, come segnalato da anni dalla nostra Associazione.
Infatti, a distanza di 11 anni dall’entrata in vigore della Legge 328/2000 “Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali”, dobbiamo purtroppo registrare come la stessa sia completamente disattesa.

Dove sono i progetti individuali per le persone disabili che i comuni - d’intesa con le aziende sanitarie locali - sono tenuti a realizzare? Dove sono le azioni di sostegno alle famiglie delle persone con disabilità e in particolare alle famiglie che vivono anche un disagio sociale e culturale?

Allora, anziché versare lacrime di coccodrillo, chiediamo alle istituzioni di cominciare a fare il proprio dovere. Noi, come Associazione Italiana Persone con Sindrome di Down – Sezione di Cosenza, diamo la massima disponibilità a collaborare sia con le Istituzioni che con le famiglie.
Invitiamo le famiglie a condividere con altri la propria situazione in modo da sostenere meglio il peso dei problemi connessi alla sindrome di Down.
Agli interlocutori della stampa diciamo che le generalizzazioni sono nemiche della buona informazione e possono essere pericolose, perché rischiano di vanificare i tanti sforzi e sacrifici che le associazioni di persone con sindrome di Down compiono ogni giorno per contrastare i pregiudizi alla base di ogni forma di discriminazione nei confronti delle persone con sindrome di Down.


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