«Abbiamo adottato un bimbo down. E lo rifaremmo subito. Ma non soli»

Luca è figlio di una «madre segreta». Un anno fa ha trovato casa in un paese della Bergamasca. Gioia e problemi: «Prima tanti colloqui e domande, da quando ce l'hanno affidato, il silenzio».

Tratto da un articolo pubblicato su L'Eco di Bergamo di domenica 05/02/12.

(testo tratto fedelmente dall'articolo pubblicato)

La crocetta più bella che ci sia ha gli occhi di Luca. Il suo sorriso, il profumo della sua pelle e quello stringersi nell'abbraccio di mamma e papà. Li cerca come ogni frugoletto fa con i suoi genitori. Magari non li chiama ancora, ma tutta la sua forza sta lì, nel suo esserci.
Luca poteva crescere in qualche istituto, se gli andava meglio in una casa d'accoglienza con tante cose da fare, ma nessuno da riconoscere come la sua mamma. Invece Luca ora abita in un paesotto a pochi chilometri da Bergamo e la sua famiglia ce l'ha, eccome se ce l'ha, merito di una crocetta messa guardandosi dritto negli occhi. Quell'esplosione di energia tutta da liberare ha trovato casa poco più di un anno fa. E non era poi così scontato, per chi si porta dietro un cromosoma in più. Ma ha incontrato due persone che si mettono in gioco fino in fondo intonando il loro inno alla vita, comunque sia, e oggi la sua casa è diventata la loro.
Luca ha un anno e mezzo e la sindrome di down. «Ora è in preaffido adottivo – spiega il papà che chiameremo Pietro –, attendiamo il decreto definitivo di adozione».
Una mamma – quella mamma che oggi i genitori di Luca ringraziano con il cuore – aveva deciso di farlo nascere in ospedale, senza rischi, ma di lasciarlo lì nell'anonimato, di certo per dargli un futuro migliore. Magari nemmeno sapeva della sua «anomalia cromosomica». Non era pronta, non poteva accoglierlo, chissà.

Colloqui e questionari.
A pochi chilometri di distanza, una coppia con sette anni di matrimonio alle spalle e tanta voglia di avere un bambino. «Abbiamo avviato le pratiche e i colloqui per l'adozione nel 2007 – spiega Pietro –, prima ai servizi sociali di zona, poi, dopo l'idoneità, al tribunale dei minori di Brescia, dal quale noi dipendiamo. Dopo un anno di colloqui ci hanno sottoposto un questionario. C'era una domanda, ci chiedeva se eravamo disposti ad accogliere anche un bambino con qualche disabilità. Ci abbiamo pensato poco, volevamo che questa fosse la nostra storia, solo nostra, senza condizionamenti. Ci siamo guardati negli occhi e, sapendo comunque che questa scelta non era vincolante, abbiamo barrato quella crocetta».
Non era vincolante, ma l'incalzare delle domande e delle visite che sono venute in seguito, fatte per verificare la convinzione di questa come di tutte le coppie intenzionate ad adottare un bambino, nel caso di questa coppia non ha fatto che rafforzare l'idea che sì, un bambino era un figlio. Punto e basta, comunque fosse.

Tanti punti di domanda.
«Ripensando ora a quei momenti mi viene in mente solo la carica che il nostro bambino ci dà – prosegue Pietro –. Quando ci hanno chiamati per dirci che un bambino c'era, ed era Luca, ci avevano esposto tutti i problemi che poteva avere. Lui è nato prematuro, ha la sindrome di down, e il resto sono tanti punti di domanda. Ma una domanda ce la siamo fatta io e mia moglie: se non lo prendevamo noi, chi lo prendeva? Però parliamoci chiaro – aggiunge mentre si toglie la giacca, diventata troppo pesante –: poteva anche nascerci così».
Poi ricorda di nuovo: «Ci aveva chiamato il tribunale di Milano, non quello di Brescia, che ci aveva sempre seguito: è stato quello il segnale che, forse, poteva trattarsi di un figlio speciale, un bimbo che non aveva trovato casa là dove era nato. Poi ci hanno esposto il caso, ci hanno lasciato qualche giorno per decidere ed è iniziata la valutazione».
La tranche numero due o tre, vista la quantità di incontri, esami e controesami previsti per poter adottare. «Hanno dovuto verificare che fossimo davvero convinti – aggiunge Pietro –, poi è venuto anche il giudice a casa nostra. In quel periodo non dormivo la notte perché pensavo a cosa mi avrebbero chiesto, a come rispondere la mattina dopo. Alla fine ci hanno scelto e, finalmente, ci hanno portati da lui».

L'abbandono del poi.
Inutile provare a intuire la tempesta di emozioni che si è scatenata quel giorno in ospedale, il giorno dell'incontro. Luca era là, placido e piccolo che li aspettava. «Si è abituato subito a noi – aggiunge il papà –, noi invece abbiamo detto ai parenti che ci facevano festa: ci rivediamo tra un po'. Avevamo bisogno di tempo per abituarci, lo aspettavamo da tanti anni, ma ci siamo ritrovati come impreparati».
Un aspetto sul quale Pietro non vuole insistere, ma che affronta per aiutare le coppie che, come la sua, si preparano ad accogliere un bambino.
«Per riassumere lo stato di abbandono nel quale ci siamo sentiti dopo aver portato a casa Luca uso spesso una frase, è questa: faccio più firme quando devo ricevere un pacco dalla Dhl». In sintesi: usciti dall'ospedale con il loro frugoletto, i due bergamaschi si sono ritrovati a inventarsi la loro vita, «senza indicazioni su dove andare, sui controlli ai quali sottoporre nostro figlio con disabilità. Niente di niente. Avevamo bisogno di indicazioni: ci hanno fatto 100.000 domande prima, ma dopo, quando ci hanno dato Luca, dovevamo essere noi a farne loro altrettanto».

«A Bergamo gente d'oro»
Ed è ciò che Pietro consiglia a chi adotta: «Non restate in attesa di indicazioni, chiedete».
E se da un lato «i diversi tribunali affrontano le cose in modo diverso, mentre i tutori avrebbero bisogno di formazione, di linee guida da seguire per evitare che uno possa esserci, l'altro sia invece assente, l'altro ancora troppo presente», questa coppia speciale ha invece potuto contare, qui a Bergamo, «su una neuropsichiatria infantile che è d'oro: Luca è seguito con un'attenzione e una disponibilità esemplare – aggiunge infervorandosi Pietro –, meno male per noi che si sono dati anima e cuore per risolvere i nostri problemi».
Problemi e difficoltà che temprano, che «ci hanno reso sempre più combattivi e oggi mi fanno dire che si può fare, ne vale la pena. Questo bambino qua ti dà una carica... e raga, questo bambino mi riconosce come suo papà». Ha detto tutto.

di Marta Todeschini

Visualizza l'articolo originale de L'Eco di Bergamo del 05/02/12



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